Parashat Ki Tavò e il primo frutto dell’albero

di Redazione
Nella Parashà di Ki Tavò ci viene insegnata una mitzvah molto importante. Ci viene insegnato che il primo frutto dell’albero non può essere mangiato, bensì deve essere contrassegnato con un filo, raccolto una volta maturo e portato a Gerusalemme, nel Bet HaMikdash. Tutto ciò per ricordare il miracolo dell’uscita del popolo ebraico dall’Egitto. Andiamo per ordine cercando di capirne il motivo.
Secondo la logica e secondo l’istinto, la prima cosa che vorremmo fare quando vediamo un nuovo frutto (il primo frutto!) sull’albero, è quello di raccoglierlo e addentarlo. La Torah viene e ci dice di non farlo, in quanto quel frutto non ci appartiene. Appartiene piuttosto al Bet HaMikdash. La Torah per l’ennesima volta ci dà una straordinaria lezione di umiltà e di autocontrollo. Nonostante l’albero sia tuo e nonostante tu l’abbia coltivato con cura e amore, ricordati che non sei solo, ma che c’è un Dio alla quale devi tutto ciò. In aggiunta, nonostante l’istinto ci suggerisca di mangiarlo, la mente e la coscienza ci dice di aspettare. Una lezione di grande autocontrollo, per l’appunto.
In tutto ciò ci domandiamo cosa centri il miracolo dell’uscita del popolo ebraico dall’Egitto con il primo frutto dell’albero. Beh, il collegamento non è immediato e diretto, ma proprio per questo è ancora più importante e simbolico. Anche quando non troviamo il nesso tra un evento e un altro, tra un precetto e l’altro, tra un miracolo e l’altro, quest’ultimo esiste. Dio ci insegna a non dimenticare e per farlo ci ordina di ricordare, anche quando il ricordo non è necessario. Ricordare per non dimenticare. Sempre.
Shabbat shalom!

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